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GIANNI CACCIARINI
Requip 8

Le controindicazioni sono poche: un pó di vertigine e un senso di vuoto, di breve durata; ma lasciare la strada nota della tradizione comporta qualche rischio. Le nature morte di limoni e diosperi, di ventilatori e caffettiere composti sul tavolo, i ritratti dall'impostazione teatrale, le acqueforti profonde e rigorose non sono più al centro del lavoro di Gianni Cacciarini. Non gli è stato facile liberarsi dei nastri rossi dipinti a legare gli oggetti - vezzo letterario di una frase troppo forbita -, anch'essi memoria dello studio di Annigoni, sempre ricordato anche da chi ha scritto su di lui. I primi scollamenti si erano visti alcuni anni fa quando, nei sotteranei del Marino Marini, egli espose pezzi di corpi dipinti su carta con la velocità scomposta che hanno le ossessioni. Tuttavia quelle immagini erano ancora sforbiciate da nudi composti in studio. Oggi invece lui ci propone opere dove la pittura è tradotta in una forma altra da quella, veloce e insolita, con la quale ha tracciato dei bozzetti su carta da fotocopie. Non più oggetti colmi di memoria ma scatti improvvisi e occasionali, dove le pose hanno il carattere di chi ha sostato un momento, sovrappensiero, davanti all'occhio del telefono cellulare di Gianni.
Del resto non vale neppure la pena ricordare che non è una questione di mezzo (pittura, scultura, mac-paint, incisione, fotografia) ma di visione, perché da molto tempo “chi ha il disegno fa l'una e l'altra bene”. In questo caso le controindicazioni sono relative solo all'uso affettato dei nuovi mezzi, oppure alla pretenziosa forbitezza che talvolta è il solo contenuto di immagini troppo facili da ottenere attraverso le possibilità digitali di elaborazione. Ma questo rischio Gianni non lo ha mai corso, essendo riuscito a ricondurre al proprio occhio ogni diverso strumento che ha voluto usare negli anni.
D'altra parte ormai sono storicizzate anche le indicazioni di chi invitava ad usare le protesi che invadono la parte digitale della nostra vita, e in questo Gianni non si è mai tirato indietro. Dunque opere dove il suo passato è quasi annullato, in una risposta brutale allo sconcerto dei tempi e all'urto dell'esistenza. Persiste invece, unica traccia evidente del suo percorso, il solco pop che ha obbligato chiunque di noi ad esibire il proprio momento di gloria, e che adesso viene declinato come una democratica apparizione di chi è stato ritratto in uno scatto dell'i-phone. Poi è bastato il desiderio di immergere le spoglie di quelle immagini, prima stampate su carta da fotocopie, in uno spazio pittorico altro dai toni sofisticati e notturni, oppure di bruciarle all'interno di una colata di tempera acida che ha corroso i contorni delle figure come asfalto. La vertigine è passata, e restano queste grandi stampe a fermare il tremore dell'esistenza.

Carlo Falciani


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