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Gianni Caverni
Tribale

"Io credo che un popolo assuefatto a trovar sempre avanti di se il bello, sia più intelligente di un popolo immerso nella barbarie”: parole scritte nel 1787 in un suo personale diario da Giuseppe Bencivenni Pelli, colto direttore degli Uffizi nella luminosa stagione lorenese. Parole che però vanno lette tenendo a mente quelle vergate su quel medesimo diario una decina d’anni avanti: "Si visitano le belle cose per moda. Ma bisogna essere senza pregiudizi per vedere con decenza e profitto una Galleria. Bisogna avere un certo gusto formato con studio libero da pregiudizi e da prevenzioni". Per questi pensieri non trovo illustrazione più veridica e poetica delle invenzioni formali di Gianni Caverni. Al cospetto d’una civiltà aggredita (e alla fine annichilita) dall’industria culturale, Gianni rappresenta un patrimonio assediato da un’umanità convulsa, che scriteriata s’affolla e sbanda davanti a sublimi testi figurativi, ridotti ormai a feticci da una società ch’è votata esclusivamente al danaro. A tracciare le rotte del turismo sono proprio le “prevenzioni” e i “pregiudizi”, a bella posta creati e alimentati per far cassetta senza fatica. E una sala mitica degli Uffizi si presta a darne la misura: fra le nuche si traguarda lo spigolo a bugne del palazzotto che fa da quinta all’Annuncio dipinto da Leonardo. Lì nei pressi è effigiato sotto specie di simbolo il concetto teologico sotteso alla struggente trama vinciana. Gianni sa – e ce n’informa – che non possono apprezzarlo quegli osservatori (incolpevoli, però), propensi – come sono – alla stessa adorazione che i devoti riservano alle icone miracolose. E il pensiero rattrista che, invece di far crescere nella gente il desiderio d’una conoscenza nuova, si badi oggi soltanto ad alimentarne la smania d’inseguire – tutti – gli stessi simulacri. Simulacri venerati; ma quasi mai compresi.

Antonio Natali
Direttore della Galleria degli Uffizi

Tommaso Caverni
Uno specchio in cui guardarti

I segni tribali, Tommaso ha voluto rintracciarli nel fiorentino Cimitero di Trespiano perché cercare i molti modi di potersi illudere di combattere la perdita della memoria dei morti da parte dei vivi, è parte fondamentale di molti riti tribali, certamente dei nostri. Ma il tempo scorre indifferente e sia le modeste croci in legno, sia le monumentali cappelle di famiglia ridondanti di decori e simboli mostrano, anche col degrado che non le risparmia, l’inevitabile sconfitta che aspetta gli illusi sostenitori della "sempiterna memoria". Tommaso si aggira per Trespiano con sguardo curioso e "laico" anche se, con leggerezza, rintraccia per il suo video in bianco e nero, anche i suoi personali affetti e ricordi. "Uno specchio in cui guardarti" è una videoinstallazione con una gabbia al cui interno scorrono le immagini e una giacca dipinta di bianco chiusa attorno a fasci di legno, tutto questo per interrogarsi/ci sui "riti attorno alla morte e sui limiti, astratti e concreti, che segnano i confini tra i gruppi di uomini".

Gianni Caverni