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Stilla

Quel che viene portato all’attenzione nella mostra odierna possiede una tonalità specifica, singolare e imprevista rispetto alla vasta fenomenologia del lavoro artistico di Daniela De Lorenzo. Il lavoro presente - STILLA - è un’osservazione poetica-teorica, una meditazione in cui si incrociano tempi e contro-tempi, forma e cancellazione della stessa. Un modo figurato di formulare antichi interrogativi sulla stabilità della materia e sulla sua organizzazione, come pure sul passaggio dall’uno al molteplice. L’opera presente nasce da un intervento semplice all’apparenza quanto complesso nella sostanza: consiste nell’accostare e porre in risonanza due lembi staccati del proprio lavoro cui viene dato un nuovo contesto di lettura nel quale l’uno riapre la memoria dell’altro e insieme costruiscono un imprevedibile orizzonte di senso, che compiendosi non si chiude su sé stesso ma si apre a ulteriori ambiti da esplorare.

I lavori accostati appartengono a due serie differenti: Senza Titolo (1990), fatta di solidi ottenuti per rotazione e Lei (2002/2019) fatta di gigantografie fotografiche su tela. I due gruppi messi ora in dialogo portano in visione una comune componente genetico-acquatica resa ancora più leggibile in seguito a una loro rinnovata disposizione spaziale. Le sculture Senza Titolo fatte di cerchi concentrici in legno lavorati al tornio si mostrano chiaramente debitrici dei vortici che si verificano nell’acqua quando in essa cade un peso che la perturba. Il fenomeno è stato bloccato e poi tradotto in struttura tridimensionale. Le gigantografie di Lei seguono il processo inverso, ovvero registrano su un piano bidimensionale le evoluzioni condotte nello spazio da una figura in movimento. Ma invece di bloccarli l’operazione fotografica è progettata per cancellare e rendere evanescenti i contorni che definiscono il soggetto osservato: l’artista stessa che vestita di un abito di feltro ruota e si muove sul suo asse durante gli scatti fotografici. Nel primo caso c’è una solidificazione di ciò che è fluido, nel secondo una fluidificazione di ciò che è solido. Nel primo caso il fenomeno assume la ponderalità della scultura, nel secondo caso il corpo perde la propria ponderalità di partenza alleggerito sia dallo scatto fotografico sia dalla sua successiva dilatazione nel grande formato della stampa. Ad aumentare la suggestione acquatica, infine, contribuisce lo sviluppo pervasivo di una componente lattiginoso-azzurrino che crea l’effetto di un velo d’acqua attraverso cui si rivela la figura.

I due rami separati confluiscono l’uno nell’altro per aprirsi all’apparire di un soggetto - terzo - corale, in cui si trovano fusi insieme gli stati solido e liquido, singolare e plurale, ottico e aptico, memoria e oblio, e così via... e i “vortici”/Senza Titolo trovano il loro habitat, il loro compimento naturale nell’incontro con le figure femminili fluttuanti di Lei.
Dunque la vena liquida, intercettata da Daniela De Lorenzo fin dagli inizi del percorso artistico, anche se si è mantenuta allo stato carsico, viene ora in primo piano e si afferma come protagonista di questa esposizione. Con essa si apre a tutte le implicazioni simboliche che l’acqua comporta. Ci limitiamo pertanto a rilevare che l’acqua è l’elemento per eccellenza della mutazione, del femminile, della nutrizione, della creazione, della memoria profonda e, in quanto sostanzialmente cangiante, evaporante e aerea, è interpretabile come la dichiarazione inequivocabile di risoluzione del vincolo che lega per statuto la Forma al principio di Immutabilità per aprirla al movimento e alla mutazione.

Laura Vecere